Le 4 lezioni che ho imparato dal coronavirus

Le 4 lezioni che ho imparato dal coronavirus

Il carburante è finito, si sono allentati i bulloni e l’ingranaggio si è fermato.

Siamo immobili. Storditi. Ma ancora vivi.

E’ difficile parlare di quello che sta succedendo. Soprattutto, è impossibile scrivere qualcosa che non sia già stato detto.

Stiamo vivendo un momento storico senza precedenti.

Credo sia nostro dovere rendercene conto e portare con noi tutto ciò che stiamo dolorosamente imparando per insegnarlo a chi verrà dopo.

A costo di risultare banali, dobbiamo ripeterlo all’infinito, ancora e ancora.

Per non dimenticarlo mai.

NOI CONTRO DI LUI

La prima lezione che mi è arrivata dritta allo stomaco è che per la prima volta da che io ricordi, l’Italia (e tra poco anche tutti gli altri Paesi) ha un vero, unico nemico comune.

Non si tratta dei soliti poveracci su un barcone che ogni tanto fanno da capro espiatorio per il politico razzista di turno o di una specifica squadra di calcio.

Questa volta il nemico è invisibile, silenzioso eppure così spaventosamente reale. Possiamo non crederci, ma lui non ha fretta, né si offende: non fa nessuna distinzione.

Semplicemente, ci dimostra ad ogni nuovo contagio che ha ragione lui.

I PARADOSSI DELLA SALVEZZA

La seconda lezione che ho imparato, è che il coronavirus ci ha tolto il respiro assieme a tutte le certezze che avevamo.

E così ora, per quei paradossi che superano la fantasia, se ami alla follia qualcuno, per il suo bene devi stargli il più lontano possibile.

Possiamo dimostrare di essere uniti a patto di non toccarci e rimanendo a un metro di distanza.

Per velocizzare la guarigione, dobbiamo rallentare il ritmo.

Un altro controsenso assurdo è una riflessione che mi ha suscitato Sapiens, il libro di Yuval Noah Harari, che a mio parere dovrebbe essere un volume da far leggere nelle scuole per insegnare la lucidità di un’analisi scientifica, obiettiva e priva di pregiudizi.

Per chi volesse farsi un regalo con una lettura di qualità, vi lascio il link a fondo pagina.

In un passo del libro si parla dell’attuale sistema economico che l’uomo ha costruito con il tempo.

I paradigmi di questo sistema sono così ancorati nella quotidianità di tutti noi che ormai sarebbe impossibile tornare indietro.

Il punto di non ritorno è stato superato da un pezzo ormai.

Di conseguenza, uno dei principali problemi legati al coronavirus è che se l’economia continuerà a rallentare come sta facendo, ci saranno conseguenze pesantissime per tante delle nostre aziende.

La cosa che veramente conta per salvare il Paese non è la somma del bene che ci vogliamo ma quella dei nostri conti correnti.

Al nostro sistema economico-finanziario non importa della nostra incolumità o della nostra serenità.

Non è rilevante il livello di stress di ognuno o il grado di tristezza che proviamo quando perdiamo un nostro caro.

Abbiamo costruito un sistema in cui la priorità non è la felicità delle persone.

Ciò che conta sono i soldi. I fatturati. Gli spread.

E questo mi sta facendo riflettere tanto.

I VERI GUERRIERI

I veri guerrieri sono quelli che tutti i giorni combattono il virus in trincea.

Sono i nostri infermieri, medici, volontari e tutti coloro che lavorano ininterrottamente nei nostri ospedali a stretto contatto con i pazienti infetti.

Sono quelli che ogni giorno sanno che possono ammalarsi eppure continuano senza sosta. Alcuni sono quelli da 1400 euro al mese, tanti altri sono precari da anni.

Hanno in braccio la nostra Italia malandata e la stanno cullando come una bimba che piange, per curarla, tranquillizzarla e dirle che andrà tutto bene.

Dire grazie a questi eroi, non basta.

Questa guerra maledetta ci sta insegnando qual’è il valore della Sanità pubblica.

Qual’è il dono di avere un sistema sanitario in cui curarci è un diritto.

Non possiamo darlo per scontato, non più.

E scopriremo presto, purtroppo, le conseguenze del virus in altre nazioni come ad esempio gli Stati Uniti, dove la Sanità è un lusso concesso solo a chi è benestante.

La mia quarantena è iniziata forzatamente una settimana fa a causa della febbre. Il termometro non è mai salito a più di 38, non ho avuto altri sintomi e non so dire se si tratti di coronavirus.

So però che ho sfruttato questo momento per riposarmi, leggere, informarmi, studiare.

Non mi sono mai sentita sola, perché ho la fortuna incalcolabile di essere a casa assieme alla persona che amo.

La verità è che ho fatto davvero il minimo indispensabile per combattere questo virus, ovvero sono rimasta a casa e questo non si può neanche definire un sacrificio.

E allora mi sono chiesta cosa potevo fare, anche solo per attenuare quel senso di colpa che provo quando penso all’inizio di questa epidemia, quando anche io minimizzavo il problema e schernivo chi me ne parlava preoccupato.

I ragazzi di Marketers hanno creato questo utilissimo link dove potete trovare tutte le raccolte fondi attive in questo momento per aiutare tutti gli ospedali d’Italia.

Io ho donato, fatelo anche voi.

Se ci sono altre iniziative segnalatemele per favore.

Insieme faremo la differenza.

EFFETTI COLLATERALI POSITIVI

Mi ha sinceramente stupito la decisione di trasparenza totale da parte del Governo nell’affrontare questa emergenza.

Sin dall’inizio abbiamo avuto in mano dati, statistiche e istruzioni da seguire che hanno fatto luce nel buio di panico e allarmismo creato da giornali e media.

Ci è stata data fiducia e credo che la consapevolezza nei confronti di ciò che sta succedendo ci ha reso in qualche modo migliori e più sensibili.

Gli effetti collaterali positivi di questa situazione dolorosa, se così possiamo chiamarli, fioriscono nelle donazioni a cui in tanti abbiamo partecipato spontaneamente, nei gesti quotidiani di gentilezza commovente (come la signora che ha pagato le pizze agli infermieri di un reparto di terapia intensiva), nel desiderio di supportare la comunità attraverso il canto comune sui terrazzi di mezza Italia.

Sono fermamente convinta che fra qualche tempo, quando tutto questo sarà solo una pagina nera del passato, usciremo in strada e sarà più facile provare compassione per le pene dell’altro; commuoversi per l’abbraccio di un amico.

Mi piace pensare che i nostri occhi avranno più dolcezza quando incroceranno altri sguardi.

Perché ci siamo forzatamente resi conto che gli altri siamo noi.

A prescindere dal colore della pelle, dal luogo di nascita, dalla lingua che parliamo, stiamo vivendo esattamente le stesse emozioni, la stessa ansia, la stessa impotenza.

Mai come ora, l’empatia ci salverà e dovremo ripartire mettendo l’essere umano e le sue qualità distintive al centro.

LA LIBERTA’ CHE CONTA

L’ultima cosa che vorrei dire non è qualcosa che ho imparato ma un invito a riflettere sul concetto di libertà.

Improvvisamente, abbiamo l’opportunità di riconsiderare il valore del nostro spazio e quello degli altri.

Fino a un mese fa, se ci avessero dato la possibilità di stare a casa per qualche tempo, avremmo fatto i salti di gioia.

Poi però, appena la cosa che più desideri ti viene imposta, la magia finisce.

Quando devi farlo per forza ti senti soffocare, nonostante il fatto che in questa quarantena disponiamo di prigioni dorate, se possiamo definirle tali, che hanno qualsiasi possibile comfort e il wifi.

Ci è stato servito un assaggio ridicolo rispetto alle privazioni di libertà che subiscono tutti i giorni milioni di persone nel mondo.

Eppure ci pesa, perché siamo talmente ubriachi di libertà che tutto ci appare scontato: appena ci viene chiesto di sacrificarne un pezzetto per il bene comune sbuffiamo e, in alcuni casi, ci rifiutiamo di farlo.

La libertà che conta è poter voler bene senza limitazioni.

E’ avere la possibilità di viaggiare dove si vuole, in solitaria, con il tuo cane o in dolce compagnia.

La libertà che conta è avere l’occasione di uscire con gli amici per prendere un gelato.

Non preoccupatevi, presto potremo tornare a vivere tutto questo.

Mi auguro allora che apprezzeremo fino in fondo questa libertà preziosa e che daremo agli altri la possibilità di fare la stessa cosa.

Perché se due persone dello stesso sesso si amano,

se la tua vicina di casa ha scelto di non volere figli,

se il tuo amico crede in un Dio diverso dal tuo,

semplicemente, per te non fa davvero nessuna differenza.

Viviamo liberi e permettiamo agli altri di vivere liberi.

E quando tutto questo sarà finito, abbracciamoci forte.


Grazie di cuore per aver letto fino a qui.

Sara

Ps. Qui potete trovare il libro di cui vi parlavo.

Sono un'ottimista razionale.

Comments (4)

  1. ..E così ora, per quei paradossi che superano la fantasia, se ami alla follia qualcuno, per il suo bene devi stargli il più lontano possibile.

    Come sempre, mi arrivi dritta al cuore.
    Dire che mi sono commossa anche stavolta mi sembra superfluo. Fiera di te 😘

    Rispondi
    Drychina - 15 Marzo 2020
    1. Vedo ora il tuo commento, grazie Best <3

      Rispondi
      Sara Antonioli - Il bagaglio fuori misura - 18 Marzo 2020
  2. Bellissimo articolo Sara!riflessioni profonde le tue, condivido la speranza di tornare presto lIberi, e maggiormente consapevoli 🙂

    Rispondi
    Sabrina ciccarelli - 25 Marzo 2020
    1. Spero con tutto il cuore che ce la faremo.
      A diventare più consapevoli, a diventare tutti insieme migliori.. semplicemente, a diventare più felici per quello che già abbiamo!

      Rispondi
      Sara Antonioli - Il bagaglio fuori misura - 25 Marzo 2020

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